1 italiano su 4 ha una malattia della pelle


Una campagna per conoscere meglio i campanelli d’allarme da non sottovalutare. Tumori in aumento, ma sempre più curabili. Molti progressi in terapie e strumenti diagnostici negli ultimi 20 anni.

Non fanno distinzione fra bambini, giovani e anziani e sono oltre tremila. Le malattie delle pelle colpiscono indistintamente a ogni età e sono in aumento, con un carico notevole sia per il Sistema sanitario nazionale sia per chi ne soffre, che spesso paga un doppio scotto: psicologico, perché una patologia cutanea è spesso visibile e crea grande disagio, ed economico, poiché molte persone finiscono per sborsare denaro ti tasca propria per prodotti non rimborsati dal Ssn. «La pelle è infatti l’organo umano più esteso, costantemente esposto ad agenti irritanti, infettivi e cancerogeni, sede di fondamentali attività immunologiche connesse al suo ruolo “di confine” – dice Piergiacomo Calzavara Pinton, presidente della Società italiana di Dermatologia e Venereologia (SIDeMaST) -. E se molte malattie della pelle hanno un basso indice di gravità ma, per la loro visibilità e i sintomi associati, causano sempre un danno rilevante alla qualità della vita affettiva, sociale e lavorativa (sono la seconda causa di malattia professionale), esistono anche forme gravemente invalidanti (i casi gravi di malattie infiammatorie sono circa il 2 per cento della popolazione) e in alcuni casi potenzialmente mortali, come alcuni tumori della pelle e alcune reazioni a farmaco, che invece se diagnosticati e trattati in fase precoce sono del tutto guaribili».


Una campagna per conoscere meglio la pelle e i suoi disturbi

Per favorire l’aumento delle diagnosi precoci, agevolare percorsi lineari e controllati per le visite e per l’accessibilità alle terapie, portare un risparmio economico e garantire migliore assistenza ai pazienti la SIDeMaST ha deciso di realizzare la campagna nazionale «3.000 malattie della pelle e un solo specialista, il dermatologo» rivolta al cittadino per informare sui possibili rischi di disturbi a volte sottovalutati. La nostra pelle per certi versi è un «foglio» sul quale l’organismo traccia dei segni per avvertirci di rischi, del sopraggiungere di malattie oppure dell’invasione da parte di «ospiti indesiderati». «Il modo migliore per interpretarli e per “rispondere al messaggio” è affidarci a chi è esperto in questo “linguaggio” – aggiunge Calzavara Pinton, che è anche direttore della Clinica Dermatologica degli Spedali Civili di Brescia -. Il dermatologo è un medico specializzato nella diagnosi e nel trattamento di tutte le malattie a carico della pelle (ma anche dei suoi annessi, quindi capelli, peli e unghie) ed è il migliore alleato per riconoscere in maniera tempestiva i loro segnali. Vogliamo sviluppare consapevolezza perché i cittadini si rivolgano tempestivamente allo specialista dermatologo. Vorremmo anche proporre alle autorità nuovi modelli assistenziali che permettano al Ssn di ottimizzare efficacia ed efficienza dell’intervento medico. Negli ultimi anni sono state rivoluzionate le terapie in dermatologia, ma è stata anche chiusa la gran parte dei reparti e ridotto il personale medico e infermieristico senza l’attivazione di validi servizi territoriali anche perché, nel frattempo, la cura delle malattie della pelle è scomparsa dal piano di studi per infermieri e assistenti sanitari. Servono nuovi modelli organizzativi e più attenzione ai bisogni dei pazienti».


Tumori in aumento, ma sempre più curabili

I tumori cutanei sono più frequenti di quelli di polmone, seno, prostata e colon messi insieme e, secondo le statistiche più recenti, 1 persona su 5 svilupperà nella vita un basalioma (la forma di cancro della pelle più frequente e meno aggressiva) . E i numeri sono in costante aumento: i casi di melanoma (il più letale tumore cutaneo) sono raddoppiati in Italia negli ultimi 10 anni. Ma la buona notizia è che, se scoperte in fase iniziale, da queste malattie si può guarire. «Fino a 20 anni fa potevamo fare poco per questi malati – continua Ketty Peris, direttore della Clinica Dermatologica all’Università Cattolica-Irccs Policlinico Gemelli di Roma -. I tumori della pelle erano spesso diagnosticati nella loro fase avanzata, condizione in cui eravamo praticamente impotenti, e le malattie infiammatorie gravi non avevano terapie efficaci. I cambiamenti organizzativi del sistema sanitario avevano grandemente ridotto la capacità assistenziale per questi pazienti, azzerando di fatto la possibilità di ricovero per queste patologie senza offrire un sostegno valido nel territorio. Ma la situazione è cambiata negli ultimi 10-15 anni: abbiamo conosciuto un veloce susseguirsi di progressi radicali nelle procedure diagnostiche e la disponibilità di nuovi farmaci molto efficaci nella terapia di malattie infiammatorie e neoplastiche che hanno permesso di ottenere risultati terapeutici impensabili in precedenza».


I campanelli d’allarme da non sottovalutare

Le malattie dermatologiche interessano in totale circa il 25% della popolazione italiana, dato sovrapponibile a quello europeo. «Con una diagnosi precoce, molte patologie possono essere guarite o comunque tenute sotto controllo a lungo – sottolinea Ketty Peris, che è segretario generale del 24esimo Congresso Mondiale di Dermatologia che si terrà a Milano dal 10 al 15 giugno -. È fondamentale non trascurare i sintomi e farsi visitare da uno specialista per avere la cura più adeguata prima che la situazione peggiori. La ricerca scientifica, la preparazione dei dermatologi e il livello dell’assistenza sono all’avanguardia nel nostro Paese, dove sono disponibili anche le terapie più innovative». I segnali a cui prestare attenzione? Macchie, bolle, croste o squamature; che prurito o dolore diffuso o localizzato; unghie fragili o con macchie; pelle spesso secca e nei «strani», di qualunque colore che compaiono, crescono, sanguinano e si ulcerano.


Psoriasi e dermatite atopica gravi per due pazienti su dieci

«Negli ultimi 20 anni la dermatologia ha fatto importanti progressi – conclude Girolomoni -. I nuovi farmaci mirati su bersaglio molecolare e l’immunoterapia hanno consentito, nei casi avanzati di cancro alla pelle, risultati inimmaginabili prima. Sono ora disponibili farmaci, perlopiù biotecnologici, che hanno permesso di liberare i pazienti dalla schiavitù delle più frequenti e invalidanti patologie infiammatorie come psoriasi, dermatite atopica, idrosadenite, pioderma gangrenoso e tante altre. Inoltre abbiamo saputo ridurre la mortalità delle più gravi reazioni da farmaco, e ricordiamo i progressi nella lotta alle principali malattie genetiche con la possibilità di una precoce diagnosi molecolare e un sostanziale miglioramento della sopravvivenza, e nell’efficace terapia delle patologie infettive». Infine, le tecniche di diagnostica non invasiva (come dermoscopia, epiluminescenza digitale, microscopia confocale e tomografia ottica) hanno migliorato in modo radicale la sensibilità e specificità della diagnosi dei tumori cutanei, rendendo possibile l’asportazione chirurgica di lesioni in fase sempre più precoce e pertanto permettendo di osservare che, a fronte dell’aumento di incidenza la mortalità non è cresciuta.


6 malati di psoriasi ogni 10 abbandonano la terapia contro la loro malattia per “delusione”.

A dirlo è Valeria Corazza, presidente della Fondazione Natalino Corazza, struttura che riunisce i malati di psoriasi e di altre malattie dermatologiche:

Chi è colpito da questa malattia infiammatoria cronica diventa spesso un paziente ‘complicato’, che nel 60% dei casi abbandona la terapia. E’ spesso deluso dalle cure.

In un momento in cui si parla di medicina personalizzata credo sia arrivato il tempo di concedere ai medici di curare nel miglior modo possibile i loro pazienti – prosegue – E quando dico ‘miglior modo’ intendo che siano i medici a poter scegliere cosa, come e quando, potendo accedere a ogni tipo di farmaco che reputino necessario.

Articolo tratto da Il Corriere della sera” e “Alto Adige”


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Che cos'è la bellezza?

Esiste un concetto di bellezza oggettiva?

La bellezza definita come un insieme di qualità rispondenti a dei” canoni“.

La bellezza oggettiva è in funzione del tempo e alla propria cultura. Ma i canoni cambiano. In un tempo passato veniva considerata bella una donna con un grande ventre e seni prosperosi, forme giunoniche come vediamo nelle opere d’arte del rinascimento.

Oggi chi indossa una taglia 44 si dispera, secondo i canoni della moda degli stilisti di oggi sei troppo. Sei tanto.

Come definire quella soggettiva?

È la bellezza influenzata dai propri sensi e gusti. Il concetto di bello è relativo. È bello quello ci piace quindi senza canoni definiti.

La bellezza interiore

È quella che in realtà rimane tutta la vita, che non si trasforma mentre quella esteriore tende a svanire e a trasformarsi. Platone ci ha parlato di una bellezza interiore legata a morale, a valori, allo spirito, all’amore.

“Saranno le  belle idee a portare avanti il mondo non gli addomi a tartaruga.”

Accettarsi per come si è

La bellezza è qualcosa di più astratto meno concreto e più esteso di qualsiasi realtà, la bellezza è senza confine, senza colore e senza regole ben precise e inequivocabili.

Oggi sembra che l’unico concetto di bellezza sia quello esteriore, forme ideali dettate dalle mode, diffuse estremizzate e sconsideratamente divulgate dai media che influenzano la società procurando nelle persone problemi psicologici dovuti al non sentirsi integrati nella comunità in cui si vive, o addirittura gravi problemi di salute.

Siamo impegnati nella continua ricerca della bellezza perfetta e interveniamo per migliorare, cambiare ciò che non ci piace ricorrendo sempre più spesso alla chirurgia plastica.

Fin da ragazzi, fin da bambini, per essere consapevoli del proprio valore, si deve nutrire il concetto di una bellezza profonda e pura, interiore e la bellezza esteriore come fascino, personalità che risulterà molto accattivante e interessante agli occhi di chi ci circonda. Dobbiamo farci belli per noi stessi e non per altri.

Mi chiedi qual è stato il mio progresso? Ho cominciato a essere amico di me stesso.”

Seneca
uomo che si guarda allo specchio

Con una buona autostima ci apprezziamo di più

Che cos’è l’autostima? È sentirsi apprezzati e degni di stima per quello che facciamo e per quello che siamo.

Si sviluppa gradualmente nel bambino fin dalla prima infanzia, fin da quando egli inizia ad avere percezione delle aspettative e dei giudizi che gli altri hanno su di lui.

Sentirsi autenticamente e realisticamente apprezzati dai genitori nelle proprie abilità così come nelle proprie caratteristiche fisiche rappresentano prerequisiti di base per lo sviluppo di una buona autostima.

Ma che accade con un’autostima troppo fragile: basta una bocciatura a un esame, una critica ricevuta o un errore commesso per farci sentire che non è solo la nostra condotta ad essere stata fallimentare, ma lo siamo di conseguenza noi stessi globalmente come persona.

E’ noto che chi vive con la psoriasi spesso non si piace, quelle macchie rosse sono una ossessione. La mancanza di autostima è molto comune. Specialmente se si crea una dipendenza dall’aspetto fisico, dipendenza che per lo psoriasico è più difficile da superare che per altri.

Quel diavoletto che ci fa pensare che i nostri difetti siano enormi e che siamo in una posizione di svantaggio rispetto a chi ci circonda è sempre al lavoro.

Ma perché dimentichiamo che le nostre caratteristiche, qualità e anche i nostri difetti sono ciò che ci rende unici? È difficile accettare il fatto di non essere quello che si desidera.

Invece di lamentarci per ciò che pensiamo manchi nella nostra vita, per i chili di troppo, per il lavoro, valorizziamo quello che si ha.

Aiutarsi per stare meglio

Sapevate che lo sport,  oltre ad aiutarci a rimetterci in forma, favorisce la produzione di endorfine (gli ormoni del benessere) che ci permette di sentirci meglio con noi stessi? 

donna che fa jogging

30 minuti al giorno di attività fisica moderata innescano dei processi cellulari che hanno potere antinfiammatorio che possono rallentare l’invecchiamento dei cromosomi.

Praticare uno sport sollecita il sistema cardiorespiratorio, può stimolare le funzioni cerebrali e migliorare le prestazioni della memoria. Inoltre lo sport può combattere l’obesità.

Un abbraccio aiuta molto

Sapevi che recenti studi hanno scoperto che un abbraccio di 20 secondi stimola la produzione di ossitocina, serotonina, dopamina?

bambine che si abbracciano

L’ossitocina – ormone del benessere e dell’amore– si attiva attraverso il contatto fisico: stringersi ai propri cari, agli amici, tenere in braccio un bambino, accarezzare un cane. Inoltre:

  • fa diminuire la pressione arteriosa
  • riduce lo stress
  • porta ad avere un atteggiamento più positivo verso la vita
  • rinforza il sistema immunitario

La serotonina, un neurotrasmettitore, è nota per essere l’ormone responsabile del buonumore e della felicità. Più serotonina abbiamo in circolo, maggiore sarà il nostro grado di appagamento.

La serotonina viene stimolata anche dalla attività fisica, dall’esposizione solare, massaggi, socializzazione.

I cibi ricchi zucchero hanno la capacità di aumentare la serotonina nel sistema nervoso centrale come i cibi ricchi di vitamina B (latte, pesce, legumi, agrumi, pomodori, funghi, patate, asparagi, banane, avocado solo per citarne alcuni).

Il potere di un semplice gesto

Per chi si sente solo, sono nate iniziative in tutto il mondo come ‘Free Hugs’: le persone coinvolte si appendono al collo un cartello con questa scritta e si rendono disponibili ad offrire, a chi ne avesse bisogno, un abbraccio caldo e rassicurante.

Inoltre è stata istituita la “Giornata mondiale degli abbracci” come rimedio low-cost alla tristezza. Nel giorno più triste dell’anno quale cura può essere migliore di un abbraccio? Un vero rimedio contro tristezza e stress che può anche prevenire malattie.

Per concludere, essere psoriasici non significa essere di brutto aspetto, lo si diventa se ci si crede. Essere malati non autorizza a trascurare il proprio aspetto fisico, senza farne una ossessione. Lo sforzo è rivolto alla ricerca del benessere, alla ricerca della qualità di vita.


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Le scottature: il sole è un alleato ma va preso con moderazione

Articolo a cura della Dtt.ssa Vera Tengattini

scottatura pelle sul braccio

Il sole: costi e benefici dell’esposizione

Il sole è un amico della pelle se preso con moderazione, ma… se eccessivi, i raggi ultravioletti (chiamati anche radiazioni ultraviolette o semplicemente UV) prodotti dal sole diventano “nemici” e sono responsabili di danni acuti, come:

  • scottature
  • ustioni

oppure cronici come:

  • l’invecchiamento cutaneo
  • tumori cutanei, nei casi più gravi, come:
    • melanoma
    • carcinoma a cellule basali
    • carcinoma a cellule squamose

Il segreto nell’esporsi al sole è quindi proprio la moderazione.

Cosa si intende per esposizione solare?

Spesso i pazienti dichiarano di non “esporsi/prendere mai il sole”. In realtà per noi dermatologi “esporsi al sole” non significa solo in vacanza, ma sempre, che sia al mare, in montagna e/o in città. Il concetto di esposizione solare è inteso in senso lato durante tutto l’arco della vita.

Quindi è tipico il caso di pazienti anziani con fotodanneggiamento cutaneo e talvolta, purtroppo, tumori cutanei, che dichiarano di non essere mai stati in ferie… ma magari hanno fatto giardinaggio per tutta la vita!

Per cui esporsi al sole in modo ragionato e moderato previene e limita i danni e consente di godere solo dei benefici del sole.

Concentriamoci sui danni acuti provocati dal sole: le scottature.

Estate foto creata da freepic.diller – it.freepik.com

Perché ci si scotta?

Spesso per conseguenza di una esposizione eccessiva e non progressiva ai raggi solari. La cosiddetta: “Tintarella selvaggia”!

La pelle possiede naturalmente dei mezzi di protezione che sono rappresentati dallo strato corneo e dalla melanina, un pigmento scuro, responsabile dell’abbronzatura, prodotto da cellule specializzate, i melanociti, presenti in quantità diversa, secondo il tipo di carnagione nello strato basale dell’epidermide.

Quando ci si espone al sole gradualmente e la pelle si abbronza si hanno un aumento di produzione della melanina da parte dei melanociti ed un aumento di spessore dello strato corneo della cute, che contribuiscono a proteggere la pelle attenuando la penetrazione delle radiazioni UV negli strati più profondi dell’epidermide. Quando l’esposizione non è graduale e la pelle non ha il tempo di “adeguarsi” alle condizioni cui è sottoposta, questo non avviene, quindi la pelle resta priva di protezione ed è più sensibile ai danni delle radiazioni UV.

strato superficiale della pelle

In realtà non tutte le scottature sono uguali, noi dermatologi le suddividiamo in:

  • eritema: consiste nella comparsa di un tipico arrossamento della cute spesso accompagnato da bruciore e/o edema (gonfiore) della zona interessata
  • ustioni solari: consiste nella comparsa di eritema seguito da vescicole o bolle seguite da erosioni

Alcuni consigli pratici per una corretta esposizione

  • Evita di esporti al sole fra le 11.00 e le 16.00
  • Applica una crema solare ad elevato indice di protezione (spf 50)
  • Il solare deve essere applicato in abbondanza, poiché, riducendo la quantità applicata, il valore del fattore di protezione cala in modo esponenziale
  • Prediligi l’acquisto di creme e fondotinta con fattore di protezione (spf) integrato
  • Nel caso di creme solari a filtro chimico, 30 minuti prima di esporti al sole ricordati di mettere la crema
  • Rinnova l’applicazione della crema ogni due ore
  • Riapplica la crema solare dopo un’intensa attività sportiva o un bagno
  • Proteggiti dai raggi ultravioletti anche con cappello, maglietta e occhiali da sole con lenti omologate
  • Prediligi un’alimentazione ricca di frutta e verdura, o in alternativa ricorri ad integratori solari specifici
  • Bevi molta acqua per evitare la disidratazione. Presta particolare attenzione alle persone anziane, che hanno una sensazione di sete ridotta, ed ai bambini piccoli che si disidratano più facilmente
  • Evita l’esposizione solare se stai assumendo farmaci o utilizzando cosmetici fotosensibilizzanti
  • Evita/riduci l’uso delle lampade abbronzanti

L'insonnia: consigli utili su come affrontarla

Donna foto creata da lifeforstock – it.freepik.com

Articolo a cura della Dtt.ssa Vera Tengattini specialista in Dermatologia e della Dtt.ssa Carlotta Stipa specialista in Neurologia

L’insonnia: cos’è?

Chi di noi ha passato una notte insonne sa bene le conseguenze che essa comporta…. Al contrario si è soliti dire “dormici su”, “sonno ristoratore”, perché i benefici del sonno sono altrettanto noti.
Per insonnia si intende un disturbo del sonno caratterizzato da una reiterata difficoltà di inizio, durata, mantenimento o qualità̀ del sonno. Il disturbo è presente nonostante l’opportunità̀ di condizioni e quantità adeguate di sonno e determina una serie di conseguenze diurne negative (DSM-IV-TR, 2001; ICSD-2, 2005).


In particolare, chi soffre di insonnia, riferisce uno o più dei seguenti disturbi relativi al sonno: difficoltà ad iniziare il sonno, difficoltà a mantenerlo o a riprenderlo dopo un risveglio mattutino precoce.

Cosa comporta l’insonnia?

In particolare, chi soffre di insonnia, riferisce uno o più dei seguenti disturbi relativi al sonno:

  • difficoltà ad iniziare il sonno
  • difficoltà a mantenerlo o a riprenderlo dopo un risveglio mattutino precoce

I criteri diagnostici richiedono che i disturbi del sonno causino un significativo disagio, interferendo nel normale svolgimento delle attività quotidiane, che si verifichino nonostante ci siano condizioni adeguate che permettano il sonno e che si presentino su base cronica (almeno tre notti alla settimana per almeno tre mesi).
Per periodi inferiori ai 3 mesi si parla di insonnia situazionale, nel caso in cui questa duri pochi giorni o settimane e sia associata a eventi o periodi particolarmente stressanti (es. un lutto). In questo caso, di solito, la scomparsa del fattore scatenante determina una remissione del disturbo.
In aggiunta ai sintomi notturni, nella maggior parte dei casi sono presenti anche sintomi diurni legati alla scarsa quantità di riposo notturno, quali:

  • fatica
  • irritabilità
  • sonnolenza
  • disturbi dell’umore
  • difficoltà di apprendimento/memoria

Quanto bisogna dormire?

La quantità di sonno necessaria a ciascuno di noi per sentirsi riposati è assolutamente soggettiva.

Esistono soggetti detti “brevi dormitori” che hanno bisogno di poche ore di sonno per sentirsi riposati (5 ore circa) e “lungo dormitori” che hanno bisogno di un sonno di lunga durata (almeno 10 ore) per sentirsi riposati ed efficienti lungo la giornata.

Senza tralasciare questo aspetto, è comunque possibile definire, a grandi linee, un quantitativo di ore di sonno consigliabili in relazione all’età. In base a questo, la National Sleep Foundation ha pubblicato di recente uno schema indicativo del massimo e del minimo delle ore di sonno suggerite per ogni fascia d’età:

FASCIA D’ETÀ ORE DI SONNO AL GIORNO
Neonati 0-3 mesi14-17
Bambini 4-11 mesi12-15
Bambini 1-2 anni11-14
Bambini età prescolare 3-5 anni10-13
Bambini/pre-adolescenti 6-13 anni9-11
Adolescenti 14-17 anni8-10
Giovani adulti 18-25 anni7-9
Adulti 26-64 anni7-9
Anziani 65+ anni7-8

Come si cura l’insonnia?

Molti sono i trattamenti disponibili per l’insonnia ed includono, oltre alle terapie farmacologiche, anche una buona educazione per l’igiene del sonno e interventi comportamentali e psicologici.

Dai dati provenienti da ricerche mediche si evince che il 50% dei pazienti con insonnia soffre anche di una condizione di tipo psichiatrico (cioè l’insonnia può portare a sindrome ansiosa o depressiva, ad es.), che rientra anche tra le sue più comuni cause. Questo tema causa-effetto è stato recentemente oggetto di pubblicazioni che hanno evidenziato come l’insonnia sia a tutti gli effetti non solo un effetto, ma anche una causa (o concausa) dei disturbi dell’umore!

In particolare i ricercatori dello Sleep and Circadian Neuroscience Institute hanno condotto uno studio che ha coinvolto 3.755 studenti provenienti da 26 università del Regno Unito e divisi in due gruppi per arrivare alla conclusione che curando l’insonnia si ha un miglioramento dei problemi psichiatrici (1).

I problemi di sonno sono molto comuni nelle persone, ma per troppo tempo l’insonnia è stata banalizzata come puro sintomo di difficoltà psichiche, piuttosto che una delle cause. Il nostro studio ribalta questa vecchia idea mostrando che l’insonnia può davvero contribuire all’insorgere di disturbi mentali. Aiutare le persone a dormire meglio potrebbe essere un primo passo importante per affrontare problemi psicologici ed emotivi.


Professore Daniel Freeman, docente presso Oxford

Esiste una relazione tra psoriasi e insonnia?

La psoriasi è una malattia infiammatoria cronica multifattoriale talvolta associata ad altre patologie tra cui l‘insonnia.

Vuoi saperne di più su questa patologia? Abbiamo una pagina dedicata alla psoriasi e alle sue forme.

In un recente studio si evince che il 25% dei pazienti affetti da psoriasi soffre di insonnia, mentre nella popolazione non affetta questa percentuale scende al 10,5%. I pazienti con psoriasi dormirebbero peggio a causa del prurito e soprattutto nei momenti di “attività” della malattia (2). Non dormire genererebbe inoltre un calo delle difese immunitarie e un aumento dello stress con conseguente peggioramento a sua volta della psoriasi.

E’ quindi sempre necessario un trattamento specifico dell’ insonnia per migliorare la propria salute e di conseguenza la propria psoriasi.

Cosa fare se si pensa di soffrire di insonnia?

Chiedere aiuto. Consultarsi con il medico curante, con il dermatologo, con il neurologo che potranno indirizzare eventualmente verso indagini più specifiche.

Come si studia il sonno? Come viene diagnosticato?

Il sonno può essere studiato in modo obiettivo attraverso la polisonnografia, una tecnica che combina la misurazione dell’attività cerebrale (EEG), dei movimenti oculari (EOG) e del tono muscolare (EMG).

La diagnosi avviene sulla base della storia clinica riferita dal paziente, e può avvalersi dell’utilizzo di questionari specifici (ad esempio la Epworth Sleepiness Scale), che forniscono una indicazione più precisa circa le caratteristiche, la durata e l’eventuale comorbidità con altri disturbi. La polisonnografia o l’actigrafia sono indicate nel caso si sospetti la presenza di un’altra patologia sottostante il disturbo, ad esempio, disturbi del movimento o apnee in sonno, che possono determinare risvegli notturni o difficoltà di addormentamento (vedi sindrome delle gambe senza riposo) e di conseguenza una sonnolenza diurna.

Le 8 regole per una corretta igiene del sonno:

  1. Evita caffeina nelle tarde ore pomeridiane/serali
  2. Evita sonnellini pomeridiani
  3. Evita alcool/tabacco, pasti abbondanti ed esercizio nelle 2 ore prima di coricarsi
  4. Assicurati che la propria stanza sia un buon ambiente per il sonno (silenziosa, scura e con una temperatura confortevole)
  5. Evita di guardare TV/computer/schermo del telefono vicino al momento di coricarsi
  6. Vai a letto solo quando si ha sonno
  7. Alzati dal letto se non hai sonno
  8. Segui uno schema del sonno regolare (cercare di coricarsi ed alzarsi ad orari prestabiliti)

Bibliografia:

  1. The effects of improving sleep on mental health (OASIS):  a randomised controlled trial with mediation analysis
  2. Saçmacı H, Gürel G. Sleep disorders in patients with psoriasis: a cross-sectional study using non-polysomnographical methods. Sleep Breath. 2019 Mar 11. doi: 10.1007/s11325-019-01820-8. [Epub ahead of print] PubMed PMID: 30859369
  3. Jensen P, Zachariae C, Skov L, Zachariae R. Sleep disturbance in psoriasis: a  case-controlled study. Br J Dermatol. 2018 Dec;179(6):1376-1384. doi: 10.1111/bjd.16702. Epub 2018 Aug 23. PubMed PMID: 29704428

Fondazione Corazza Psoriasi&Co.

Artrite psoriasica: 6 modi per proteggere le articolazioni

Può essere molto invalidante e di certo impatta sulla vita di tutti i giorni. Per questo i pazienti che soffrono di artrite psoriasica hanno tanti dubbi su ciò che possono o non possono fare e anche su come possono trovare un po’ di sollievo. Ecco 6 consigli per proteggere le articolazioni.

Colpisce circa 100.000 italiani e compare generalmente fra i 30 e i 50 anni. Può interessare fino a sei differenti sedi a partire dalle articolazioni periferiche, come ginocchia, polsi, caviglie e spalle, che risultano gonfie, rigide e doloranti. Anche se oggi esistono farmaci molto efficaci, non si può guarire del tutto e la qualità di vita può essere fortemente compromessa. I dubbi e le domande che hanno questi pazienti sono tanti. Valeria Corazza, presidente della Fondazione Natalino Corazza ha realizzato un opuscolo per rispondere ai quesiti più frequenti dei pazienti e spiegare come nella vita di tutti i giorni si possono proteggere le articolazioni. Ecco le 6 regole più importanti.

1.Conoscere il proprio corpo

E’ importante individuare i momenti e gli aspetti della quotidianità che scatenano o intensificano il dolore. Così, sarà possibile basarsi proprio su queste osservazioni per trovare il modo di svolgere le attività evitando i gesti che scatenano o peggiorano il dolore.

2.Distribuire il carico sulle articolazioni più forti

Più l’articolazione è grande e più è forte, perciò le grandi articolazioni possono sopportare un carico maggiore rispetto alle piccole. Caricare le piccole articolazioni più del dovuto può sforzare le strutture articolari e provocare dolore; questo vale in particolare per le piccole articolazioni delle mani, quindi se ad esempio bisogna pulire il tavolo con la spugnetta, meglio usare il palmo della mano aperto invece che le sole dita.

3.Evitare di restare fermi troppo a lungo nella stessa posizione

Le posizioni tenute troppo a lungo non sono l’ideale perché le articolazioni tendono ad irrigidirsi; inoltre, l’immobilizzazione prolungata di un’articolazione per giorni o settimane può indebolire molto il muscolo che la muove. Se quando si va a teatro o al cinema dopo un po’ si irrigidiscono le ginocchia, si può provare a sedersi nei posti vicino al corridoio, così si ha lo spazio per allungare le gambe di tanto in tanto.

4.Alleggerire le articolazioni

Chi soffre di artrite tende a muoversi poco a causa del dolore; questa situazione favorisce la comparsa di sovrappeso e obesità, che sovraccaricano i muscoli e le articolazioni, specialmente quelle della parte inferiore del corpo (bacino, ginocchia e caviglie). Perdere peso contribuisce a ridurre il dolore, regalando una sensazione di benessere ed energia.

5.Mantenere una corretta postura

Mantenere una postura eccessivamente rilassata o troppo rigida, ma anche stare seduti o in piedi a lungo nella stessa posizione può provocare mal di schiena. Imparare una corretta postura è una strategia efficace per contrastare il dolore provocato dall’artrite: inizialmente può essere un po’ faticoso, ma poi diventa naturale e richiede molto meno impegno.

6.Praticare sport

L’esercizio fisico gioca un ruolo importante nel controllo del peso e nella prevenzione delle malattie cardiovascolari. Un programma di esercizi studiato su misura contribuisce a ridurre il dolore e migliorare la funzionalità articolare. Non tutti i tipi di sport vanno bene; in linea di massima, camminare, nuotare e andare in bicicletta sono attività sicure che puoi svolgere tranquillamente. Tuttavia, chi ha l’artrite deve comunque adottare una serie di accorgimenti per praticare il fitness in sicurezza, ad esempio fare un riscaldamento più lungo prima dell’esercizio. E’ utile anche consultare un fisioterapista o un terapista occupazionale per studiare insieme un programma di attività aerobica che sia allo stesso tempo efficace e adeguato.

Fonte: https://www.repubblica.it/dossier/salute/psoline/2019/03/19/news/artrite_psoriasica_sei_modi_per_proteggere_le_articolazioni-222024501/


Le intossicazioni alimentari: quali sono e come evitarle

L’OMS ha dichiarato che oltre 600 milioni di persone ogni anno si ammalano a causa di Batteri o virus.

E’ vero che gli alimenti possono trasmettere malattie?

Vero. Negli alimenti o anche nell’acqua possono essere presenti microrganismi patogeni, batteri, che contaminano la salubrità di alimenti se aggiunti intenzionalmente o casualmente e che possono causare malattie se superano le barriere difensive dell’uomo, soprattutto bambini, anziani, e individui carenti per malattie o stress.

Come avviene la contaminazione?

I batteri possono essere presenti negli alimenti all’origine (vegetali cresciuti su terreni contaminati o irrorati con acque contaminate, carni di animali infetti) o contaminare gli alimenti durante le varie fasi della lavorazione a causa di manipolazione con mani sporche o a causa di secrezioni aeree o usando acqua non potabile o per contatto con cibi contaminati.

In che modo gli alimenti diventano causa di infezioni (tossinfezioni alimentari)?

La azione nociva dei microrganismi avviene per ingestione dell’alimento contaminato dagli agenti infettivi (come nel caso della Salmonella) o per intossicazioni attraverso tossine prodotte dall’alimento stesso (come per il Botulismo).

Esistono oggi al mondo più di 250 tossinfezioni alimentari, che si manifestano con differenti sintomi e sono causate da diversi agenti patogeni, perlopiù batteri, virus e parassiti. Con il passare degli anni, vengono identificati continuamente nuovi patogeni (i cosiddetti patogeni emergenti, come Campilobacter jejuniEscherichia coli 157:H7, Listeria monocytogenesYersinia enterocolitica, etc), alcuni dei quali si diffondono anche per effetto dell’incremento di scambi commerciali, di ricorso alla ristorazione collettiva, di grandi allevamenti intensivi e di viaggi.

Ma quali sono le malattie più frequenti e quali i sintomi?

  • Botulismo

E’ una intossicazione molto grave che si manifesta dopo 12/36 ore dal consumo del cibo contaminato

Bocca secca, debolezza muscolare, vista offuscata, difficoltà ad inghiottire sono i sintomi.

Nausea o diarrea non sono sempre presenti.

I cibi responsabili sono frutta e verdure preparate in casa, insaccati, più raramente cibi in scatola.

  • Salmonellosi

Si manifesta, a distanza di 6/72 ore dal consumo del cibo contaminato, con nausea, vomito, diarrea e febbre.

I cibi responsabili sono latte, uova, carni e derivati, pollame.

  • Stafilococco aureo

Stessi sintomi della Salmonellosi ma si manifesta dopo 30 minuti-/7 ore dal consumo del cibo contaminato.

Cibi responsabili sono: latte, panna, formaggi non pastorizzati, uova crude(gelati, salse, creme) e carni poco cotte.

  • Tossinfezione da clostridium perfigens

Si manifesta dopo 6/24 ore dal consumo di cibo contaminato con coliche addominali e diarrea.

Responsabili sono: carni, pollame, pesci elaborati e lasciati a lungo a temperatura ambiente e quindi in cattivo stato di conservazione.

  • Tossinfezione da bacillo cereus (scarsamente virulento)

Molto diffuso nell’ambiente soprattutto nel suolo.

Si manifesta con dolori addominali dopo 10/15 ore dalla consumo dell’alimento contaminato.

Alimenti a base di riso, alimenti con amido e cibi tenuti a lungo a temperatura ambiente dopo la cottura sono i maggiori responsabili.

Le tossinfezione e le intossicazioni alimentari, ma non il botulismo, si manifestano con una sintomatologia comune a carico di stomaco e intestino.

Non curarsi da soli ma rivolgersi al medico che ci darà il farmaco giusto quando necessario.

Ci sono regole da seguire per prevenire il rischio di un’intossicazione?

Acquisto

  1. Acquistare prodotti di qualità da fornitori di fiducia quando possibile.
  2. Verificare la pulizia del posto di acquisto, l’integrità delle confezioni, controllare le date di scadenze e gli ingredienti.
  3. Per le carni e il pesce evitare di acquistare prodotti esposti su banchi non refrigerati e se surgelati controllate che le confezioni non siano ricoperte di brina o ghiaccio o bagnate: significa che è stata interrotta la catena del freddo.
  4. Il latte deve essere pastorizzato, i formaggi freschi debbono essere esposti in banco frigo.

Conservazione

  1. Se il prodotto non viene usato subito, per periodi brevi da 3 a 5 giorni il frigorifero a 4° è il luogo più idoneo.
  2. Avvolgere gli alimenti in alluminio o sacchetti da frigo separatamente perché non entrino a contatto tra loro.
  3. Il pesce va conservato nella parte più fredda.
  4. Fare attenzione alla pulizia del frigo.
  5. Le uova andrebbero lavate e non utilizzate se presentano il guscio rotto.
  6. Se si prevede di non consumare entro breve tempo l’alimento è bene surgelarlo cosi potrà durare anche 6 mesi.

Preparazione

  1. Quando si vuole utilizzare un alimento sia carne che pesce surgelato scongelarlo in frigorifero o nel forno microonde. Evitate a temperatura ambiente.
  2. Il pollo va ben cotto, i frutti di mare che non si aprono vanno scartati, le salse e le creme a base di uova crude vanno immediatamente riposte in frigorifero in contenitori chiusi e utilizzate al più presto.
  3. Non preparate carni o pesci o verdure sullo stesso piano di lavoro.
  4. Gli utensili vanno lavati con attenzione con saponi e acqua calda

L’introduzione nelle diete occidentali di preparazioni come il sushi, il sashimi e la comparsa di locali che offrono questo tipo di cucina, il consumo di pesce crudo è decisamente aumentato. Se dal punto di vista nutritivo le differenze tra cotto e crudo sono poco significative, dal punto di vista igienico si corrono molti meno rischi d’ingerire batteri o agenti patogeni se lo si consuma ben cotto. Osservare le norme igieniche è una regola per tutti gli alimenti, ma per i prodotti del mare la soglia di attenzione deve essere un po’ più alta.

Il pesce dicevamo consumato crudo è pericoloso perché negli intestini dei pesci trova dimora lanisakis , parassita intestinale molto pericoloso.

Ma se il pesce viene subito sviscerato e abbattuto il terribile parassita muore e possiamo tranquillamente gustarci le acciughe marinate o il carpaccio di tonno o la tartare di orata.

I molluschi bivalve tipo ostriche non ospitano l’anisakis perché privi di intestino.  Anche i crostacei è buona norma utilizzarli solo se abbattuti.

Cosa si intende per “abbattuti”?

L’ abbattitore è uno strumento (contenitore tipo freezer) che consente di portare l’alimento a temperature tra i -20 e -40°C molto velocemente , il pesce deve restare a queste temperature per un tempo variabile dalle poche ore fino a più giorni a seconda dello strumento e della temperatura. Solo con questa procedura si distruggono le larve.
I pericoli maggiori provengono dai ristoranti che non osservano la normativa europea del 2004 che obbliga l’abbattimento a tutti gli esercizi che vendono o servono pesce crudo.

Se vuoi saperne di più su quali alimenti sono consigliati per stare bene e in forma, abbiamo dedicato un’intera pagina a questo argomento.


Fondazione Corazza Psoriasi&Co.

Acque minerali: le 5 domande più frequenti

L’acqua rappresenta dal 45% al 99% della massa di qualunque essere sulla terra. Nell’uomo varia con l’età: nel neonato la quota è del 75/80% che scende al 40/50% nella persona anziana.

Il primo segnale di invecchiamento è proprio la graduale perdita di acqua nei tessuti.

1. È vero che l’acqua va bevuta lontano dai pasti?

No. Anzi bere una adeguata quantità di acqua (600-700 mg/l di residuo fisso) ci aiuta a favorire i processi digestivi. Attenzione! L’acqua durante i pasti va assunta con moderazione! Infatti diluisce i succhi gastrici e soprattutto il potere demolitore della saliva nella preparazione del lobo alimentare. Quindi digestione più complessa soprattutto per alcune proteine.

2. L’acqua fa ingrassare?

No. Non contiene calorie liscia o gassata che sia. “Ogni variazione a breve termine del peso corporeo dovuta a maggiore perdita o ritenzione è ingannevole e momentanea” (linee guida del Cra-Nut). Un eccesso di acqua addizionata contribuisce al gonfiore.

3. L’acqua fa dimagrire?

Purtroppo no. Non lava via zuccheri o grassi. Sembra che bere a digiuno e prima dei pasti aiuti ad assumere meno calorie. Perché la pancia piena riduce la fame o altro? Non si sa, ma per alcune acque il contenuto salino determina una sensazione di sazietà, soprattutto se addizionate di CO2.

4. È vero che bere molta acqua provoca molta ritenzione idrica?

No. La ritenzione dipende dai sali e altre sostanze contenuti nei cibi che mangiamo ed in particolare dalla funzionalità di alcuni organi interni.

5. È vero che l’acqua gasata fa male?

Né l’acqua naturalmente gasata né quella addizionata con gas creano problemi ma dipende dalla quantità assunta per porzione.

Alcuni suggerimenti nella scelta della vostra acqua minerale

Preferite:

  • acque ricche di calcio (sopra i 100mg/l), magnesio (sopra i 20mg/l) e solfati (sopra i 15mg/l)
  • acque medio minerali (500-1500 di residuo fisso)
  • acque a basso contenuto di litio e manganese
  • acque in contenitori di vetro
  • bere 8 -10 bicchieri di acqua al giorno (1,5/2 litri)
  • bere anche quando non si ha sete

Da evitare:

  • acque a temperature inferiori a 14°
  • caraffe e bottiglie lasciate aperte in frigo
  • acque ricche in CO2

Come leggere l’etichetta

Le principali informazioni che una etichetta deve contenere sull’acqua minerale:

  • nome
  • luogo di origine
  • termine e indicazioni per la conservazione
  • lotto e conducibilità
  • contenuto
  • codice a barre
  • classificazione sulla base del residuo fisso, in acque:
    1. minimamente mineralizzate
    2. oligominerali
    3. medio minerali
    4. ricche di sali minerali
  • microbiologicamente pura che attesta l’assenza di germi pericolosi e indicatori di inquinamento
  • analisi chimica che deve riportare gli elementi caratteristici contenuti espressi in mg per litro
  • Proprietà favorevoli alla salute, qualità salienti del tipo: stimola la digestione, o può avere effetti lassativi, o diuretici, può facilitare l’eliminazione di acido urico, ecc. La legge non permette di scrivere es: “proprietà per prevenire o curare o guarire una patologia”.

In etichetta è importante osservare le quantità di HCO3 e di O2.

tabella con acque minerali

Ma esiste un’acqua minerale migliore di tutte le altre?

Sicuramente no ma esiste quella più adatta alle nostre esigenze o quella che ci piace perché soddisfa il nostro gusto.

L’acqua è parte integrante della nostra dieta alimentare, non solo come elemento indispensabile per il buon funzionamento dell’organismo ma anche perché è in grado di contribuire al fabbisogno dei minerali quali nutrimento.

Per approfondimenti: www.bereacqua.org


Fondazione Corazza Psoriasi&Co.

L'infiammazione: cos'è, come funziona e come combatterla col cibo

L’infiammazione (o flogosi) è un meccanismo di difesa innato e aspecifico. Tale processo costituisce una risposta protettiva, il cui obiettivo finale è l’eliminazione della causa iniziale di danno cellulare e l’avvio del processo riparativo tissutale. L’infiammazione è una reazione prevalentemente locale e la risposta al danno è data dalle cellule che sono sopravvissute alla sua azione. Il danno può essere provocato da:

  • agenti fisici (traumi, calore, radiazioni)
  • agenti chimici (acidi e basi forti)
  • agenti di natura biologica (batteri, virus e parassiti)
  • necrosi
  • ipossia

infiammazione alla mano

L’infiammazione viene classificata secondo un criterio temporale in infiammazione acuta e infiammazione cronica (che può far seguito all’infiammazione acuta o essere tale fin dall’inizio). Quest’ultima può poi essere distinta secondo un criterio spaziale in diffusa (infiammazione cronica interstiziale) oppure circoscritta (infiammazione cronica granulomatosa).
La risposta comprende una componente vascolare (angioflogosi) ed una componente tissutale (istoflogosi) che si combinano in varie proporzioni a seconda che il processo sia acuto o cronico.

I principali eventi dell’infiammazione acuta sono nel seguente ordine temporale:

  • vasodilatazione: determina l’aumento del flusso ematico con conseguente iperemia
  • aumento della permeabilità vascolare del microcircolo, con conseguente fuoriuscita della parte liquida del sangue
  • formazione di essudato: liquido extravascolare ricco di proteine plasmatiche
  • diapedesi: migrazione dei globuli bianchi (leucociti) dal microcircolo al compartimento extracellulare
  • Chemiotassi: accumulo di quest’ultimi nella sede del danno in seguito al rilascio di mediatori chimici (citochine)
  • fagocitosi: ingestione e distruzione dei microrganismi patogeni e dei detriti cellulari ad opera di particolari leucociti (granulociti neutrofili e macrofagi), a cui segue la risoluzione o cronicizzazione del processo infiammatorio.

L’infiammazione cronica differisce dall’acuta per:

  • una durata maggiore (anche anni)
  • prevalenza di macrofagi, linfociti e fibroblasti (rispetto ai granulociti neutrofili nella flogosi acuta)
  • proliferazione di vasi sanguigni (neoangiogenesi) e fibrosi (tessuto di vascolarizzazione)

I sintomi cardinali della flogosi sono manifestazioni cliniche delle modificazioni tissutali e si presentano nel seguente ordine:

  • calor (aumento della temperatura locale dovuto all’aumentata vascolarizzazione)
  • tumor (gonfiore determinato dalla formazione dell’essudato)
  • rubor (arrossamento legato all’iperemia attiva)
  • dolor (indolenzimento provocato dalla compressione e dall’intensa stimolazione delle terminazioni sensitive da parte dell’agente infiammatorio e dei componenti dell’essudato)
  • functio lesa (compromissione funzionale della zona colpita)

La sensazione dolorifica a sua volta è regolata da centri del sistema nervoso centrale. La percezione del dolore associata al danno è soggettiva, quindi influenzata dall’ambiente esterno. Inoltre la diversa percezione del dolore può essere dovuta ad un diverso rilascio di endorfine (considerate antidolorifici oppiacei endogeni).

Le principali cellule coinvolte nel processo infiammatorio sono:

  • granulociti (basofili, neutrofili ed eosinofili)
  • monociti (in circolo) e macrofagi (nei tessuti)
  • mastociti
  • linfociti (T, B e NK)
  • cellule endoteliali
  • piastrine e fibroblasti

I mediatori chimici della flogosi sono rappresentati da numerose molecole che scatenano, mantengono ed eventualmente limitano le modificazioni del microcircolo descritte precedentemente. Alcuni di essi sono contenuti in organuli cellulari dai quali vengono rilasciati in seguito a stimoli infiammatori (mediatori preformati), altri vengono sintetizzati e secreti in seguito a stimoli flogistici (mediatori di nuova sintesi) ed altri ancora si formano nel sangue a partire da precursori inattivi. Il sistema nervoso sensitivo, a sua volta, contribuisce ad alcune manifestazioni infiammatorie mediante neuropeptidi (quali ad esempio: sostanza P e neurochinine).

I principali mediatori chimici sono costituiti da:

  • citochine (interleuchine, cemochine, linfochine)
  • leucotrieni
  • neurotrasmettitori (serotonina, istamina)
  • fattori della coagulazione
  • fattore di attivazione piastrinico (PAF)
  • enzimi lisosomiali
  • specie reattive dell’ossigeno (ROS) e monossido di azoto (NO)

Risposte di fase acuta: se l’infiammazione è particolarmente intensa o interessa un’area molto estesa di tessuto può verificarsi una risposta sistemica, ovvero che coinvolge l’intero organismo.

  • febbre e brividi
  • leucocitosi (aumento del numero di globuli bianchi nel sangue)
  • astenia e malessere generale
  • tachicardia (aumento del battito cardiaco al di sopra dei 90 bpm)
  • inappetenza e cachessia (perdita di peso, deperimento)
  • aumento di proteine della fase acuta

Gli esiti del processo infiammatorio possono essere di tre tipi:

  1. La necrosi, causata dalla distruzione cellulare operata dagli enzimi lisosomiali che danneggiano non solo i microrganismi ma anche i tessuti producendo la morte dei tessuti.
  2. La cronicizzazione, che si instaura quando la reazione flogistica non ha eliminato completamente la causa alla base del processo infiammatorio.
  3. La guarigione: la parte liquida dell’essudato viene riassorbita mentre i leucociti vanno incontro a morte cellulare programmata dopo aver fagocitato e distrutto gli agenti patogeni.

Non di rado si riscontrano nella pratica clinica casi di infiammazione silente, ovvero un’infiammazione cronica di basso grado che non si accompagna a sintomi in un organo in generale. Talvolta è possibile coglierne la presenza per alterazioni di alcuni parametri negli esami ematochimici. Si possono riscontrare modesti aumenti di PCR (proteina C reattiva), VES (velocità di eritrosedimentazione, fibrinogeno, acido urico, ferritina).

Un fattore chiave nella genesi e nel perpetuarsi dello stato infiammatori è il NF-kB (fattore nucleare-kB). Esso è paragonabile ad una specie di interruttore che deve rimanere spento. Se una qualsiasi causa riesce ad attivarlo, si creano le condizioni per l’insorgenza di numerose patologie come:

  • obesità
  • patologie cardiovascolari
  • diabete
  • sindrome metabolica
  • gotta

Anche il cibo può essere fonte di infiammazione. Un’alimentazione nella quale prevalgono cibi cotti, trattati chimicamente, ricchi di zuccheri raffinati e acidi grassi saturi porta ad un’alterazione del microbiota del tratto gastrointestinale e ad un peggioramento dello stato infiammatorio.

medico con della frutta e della verdura in mano

Un’alimentazione ricca di antiossidanti (omega-3, zinco, selenio, vitamine B12,C, D, E, coenzima Q) contenuti principalmente in frutta e verdura fresca, povera di grassi saturi e a basso indice glicemico gioca un ruolo fondamentale nel ridurre lo stato infiammatorio sistemico. L’effetto benefico di tale dieta entra in sinergia con quello dei farmaci antinfiammatori, della regolare attività fisica e della riduzione del consumo di alcol e sigarette.

Articolo a cura del Dott. Giovanni Cappella


Psoriasi: migliora la tua pelle con le terme

Se è vero che il paziente che soffre di psoriasi ha bisogno di cure mediche ad hoc e durature nel tempo, è anche vero che a volte necessita di momenti da dedicare a sé stesso per distanziarsi dalla vita frenetica quotidiana.

In questo orizzonte le cure convenzionali e il relax non devono essere sempre due concetti distinti bensì due lati della stessa medaglia: alle più comuni terapie si può affiancare il sostegno delle terme per una maggiore efficacia della cura.

Le terme ricoprono un ruolo chiave poiché vanno incontro ai bisogni (clinici e non solo) dei pazienti e sono anche i medici stessi che li indirizzano nel centro termale più adatto a seconda delle esigenze della pelle.

In Italia sono tantissimi i centri termali noti per le proprie acquee e, dalla buona collaborazione della nostra Fondazione con alcuni di essi, il paziente si può sentire sempre supportato, anche in vacanza!

Le acque termali possono mostrarsi con diverse caratteristiche:

  • Acque Solfate: indicate soprattutto per i disturbi del fegato, dell’apparato digerente e di quello gastrointestinale, queste acque possono essere somministrate o bevendole o tramite l’applicazione dei fanghi.
  • Acque Sulfuree: particolarmente diffuse in Italia, vengono utilizzate per il trattamento di molti disturbi della pelle o delle vie respiratorie. Vengono somministrate tramite inalazioni o tramite l’applicazione dei fanghi.
  • Acque Cloruro – Sodiche: composte da cloro e sodio che aiutano nel migliorare la condizione di ossa e articolazioni, oltre che contribuire a combattere problemi reumatici e vascolari.
  • Acque Radioattive: prendono questo nome perché sono ricche di elementi derivanti da rocce e minerali.
  • Acque Salso-Bromo-Iodiche: la loro composizione è caratterizzata dalla presenza di salina, cloruro di sodio, iodio e bromo. Molto utili in caso di problemi cutanei e ginecologici.
  • Acque bicarbonate: estremamente utili per agevolare la digestione, esse infatti vengono anche portate quotidianamente sulla nostra tavola per essere bevute.
  • Acqua marina – talassoterapia: raccomandata per combattere gli inestetismi della pelle in particolare la cellulite e per contribuire alla pulizia delle vie respiratorie

Per scoprire i centri termali in Emilia Romagna e non solo con i quali la Fondazione Natalino Corazza è convenzionata clicca qui


Fondazione Corazza Psoriasi&Co.

Che impatto ha la dieta sulla Psoriasi?

Che cos’è l’obesità?

L’obesità è attualmente considerata il più grave problema di salute pubblica del XXI secolo.

L’obesità è una condizione medica caratterizzata da un eccessivo accumulo di grasso corporeo che può portare effetti negativi sulla salute con una conseguente riduzione dell’aspettativa di vita.

mappa mondiale dell'obesità

La mappa mondiale dell’obesità

Come si misura l’IMC?

come misurare l'indice di massa corporea

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’obesità attraverso l’indice di massa corporea (IMC), dato biometrico che mette a confronto peso e altezza: sono considerati obesi i soggetti con l’IMC maggiore di 30 kg/m², mentre gli individui con l’IMC compreso fra 25 e 30 kg/m² sono ritenuti sovrappeso.

E’ noto che i pazienti affetti da psoriasi sono spesso in sovrappeso rispetto alla popolazione in generale e frequentemente obesi. Il controllo del peso corporeo è molto importante perché può influire sulla scelta delle terapie sistemiche e sulla loro efficacia.

La perdita di peso e una corretta alimentazione unite a esercizio fisico possono contribuire a diminuire la gravità della patologia, ridurre le recidive.

Psoriasi e dieta durante la grande guerra

  • Uno studio ha valutato l’andamento della malattia psoriasica in corso di restrizioni dietetiche estreme, quali quelle vissute durante la 1° guerra mondiale
  • Durante il periodo bellico, a dispetto delle ovvie condizioni di stress psicologico, i soggetti affetti da psoriasi e costretti a una dieta limitata avevano mostrato un iniziale miglioramento del quadro clinico, con recidiva delle lesioni cutanee dopo la ripresa di un’alimentazione regolare.

L’obesità rappresenta un fattore di rischio per la psoriasi?

ragazza in forma e ragazza sovrappeso

Numerosi studi epidemiologici hanno suggerito che il decorso clinico della psoriasi può essere influenzato da un IMC elevato e da una condizione di obesità, così come suggeriscono una eziologia genetica comune.

Psoriasi e obesità infatti condividono alcune citochine patogene contenute nel grasso viscerale tra le quali il TNF-alfa, che oltre ad essere elevate nelle chiazze psoriasiche, giocano un ruolo importante nella patogenesi della psoriasi.

Il TNF-alfa è inoltre un marcatore di infiammazione e oggi esistono farmaci anti TNF-alfa utilizzati nel trattamento della psoriasi medio grave.

Sono stati evidenziati nei pazienti psoriasici vari componenti della sindrome metabolica (non è una singola patologia ma un insieme di fattori rischio che aumentano la possibilità di sviluppare patologie cerebro e cardiovascolari e diabete):

  • presenza di una quantità eccessiva di grasso corporeo, specie a livello addominale, il cosiddetto grasso viscerale con variazione del rapporto peso/altezza (indice IMC)
  • elevati valori di colesterolo ldl e trigliceridi nel sangue
  • ipertensione arteriosa (valori pressori > 140/90)
  • bassi livelli di colesterolo Hdl (il colesterolo cosiddetto “buono”)
  • resistenza all’insulina, con conseguente iperglicemia
  • iperuricemia
le cause della sindrome metabolica

Di recente è stata pubblicata una revisione della letteratura scientifica (Journal of American Academy of Dermatology) che dimostra il netto legame tra sindrome metabolica e psoriasi grave. La psoriasi non è soltanto un problema che riguarda la pelle, ma va inquadrata come una patologia ad interessamento “sistemico”, che riguarda cioè tutto l’organismo e può essere associata a numerose altre malattie.

Il legame fra psoriasi, diabete, obesità e IMC

gemelli in sovrappeso

Anche uno studio danese, condotto su oltre 33 mila gemelli e pubblicato sulla rivista scientifica Jama Dermatology, dimostra il legame tra psoriasi, diabete, obesità e IMC.
I ricercatori danesi hanno analizzato oltre 33.000 coppie di gemelli (tra i 20 e 71 anni), il 4,2% di loro soffriva di psoriasi. Dopo aver preso in considerazione l’IMC gli studiosi hanno concluso che chi soffre di psoriasi ha spesso chili di troppo, particolarmente evidente nelle 720 coppie di gemelli all’interno delle quali uno dei due fratelli presentava la psoriasi: ad avere le chiazze sulla pelle era più spesso quello con eccessivo girovita.
Un altro studio del 2014 realizzato dallo Psoriasi Emilia Romagna Study Group ha coinvolto 303 pazienti obesi e in sovrappeso trattati per 20 settimane con piano dietetico ed esercizio fisico. Il principale esito valutato dalla ricerca è stato la riduzione del punteggio PASI (indice che indica la gravità e la estensione della psoriasi dal 25% al 45%) quindi riduzione dell’estensione dell’area della psoriasi, oltre alla riduzione della gravità delle placche e soprattutto un importante aumento dell’efficacia del trattamento di cura.
L’impatto a lungo termine di una dieta rimane comunque, ancora da esplorare.

Conclusioni

  • Minime riduzioni di peso possono determinare significativi miglioramenti della risposta alle terapie
  • Riduzione degli switch terapeutici
  • Riduzione dei costi
  • Riduzione dei fattori di rischio cardiovascolare e sindrome metabolica

Se vuoi approfondire sul tema “alimentazione e dieta” visita la nostra pagina dedicata all’argomento.